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I
(1987), 1, «Filosofia e teologia. Figure e Questioni»
Editoriale
1. Gli “storici steccati” politico-ecclesiastici hanno
gravato in quest’ultimo secolo sulla cultura italiana e
sui suoi sviluppi con un peso sconosciuto in altri paesi europei.
Oggi siamo in grado di valutare senza meraviglia, ma anche senza
alcun compiacimento, questo fenomeno tipico della nostra tradizione
politico-culturale più recente, e non sottovalutare neppure
i costi pagati perché anche l’Italia potesse darsi
uno Stato all’altezza delle esigenze moderne, assolutamente
laico, civilmente ed intellettualmente libero. Non a caso una
definitiva soluzione della “questione cattolica” è
stata possibile con il superamento di ogni dissidio integralistico
e con l’accettazione di un assetto istituzionale garantista
e pluralista.
Tener
conto di questi dati, peraltro ben noti, vuol dire non potersi
affatto stupire del fatto che mai nelle “cronache di filosofia
italiana” di questo secolo si sia potuto registrare il tentativo
di un dialogo sistematico non già tra filosofia e teologia,
ma solo tra filosofi e teologi sulla base di un reciproco interesse
della ricerca e del sapere, e di un confronto discorsivo giustificativo
dalle ampie regioni di cultura e di pensiero comuni, nonostante
i lunghi e tradizionali conflitti. Tutto ciò se si escludono,
ovviamente, tanto il caso della “filosofia cattolica”
quanto gli episodi di dialogo originati da occasionali preoccupazioni
del dibattito politico ed etico-sociale.
In questo clima è accaduto che, in forma di radicalità
più diffusa e intransigente rispetto ad altri paesi, l’intellettuale
di formazione laica sia stato indotto alla pura e semplice identificazione
dei problemi teologici con quelli “privati” di uno
spiritualismo religioso o con quelli di una dogmatica di esclusivo
interesse delle Chiese. D’altra parte l’atteggiamento
ufficiale dell’autorità della Chiesa Cattolica ha
tratto profitto da una situazione di illuministica tolleranza,
favorevole alla conservazione dell’ortodossia, e sufficientemente
sterilizzata per lo stesso sviluppo della ricerca teologica.
2.
C’è qualcosa di profondamente mutato però
nel panorama dell’intelletto europeo e della stessa tradizione
culturale da cui ha tratto origine – non solo in Italia
– la consolidata scissione tra fede e sapere e tra sapere
teologico sapere filosofico.
Molti assetti disciplinari e scientifici sono già stati
messi in questione da un pezzo, in questione sono i fondamenti
del sapere, in dubbio molte certezze linguistiche della tradizione
metafisica. Non pochi interrogativi gravano sulla filosofia ed
altrettanti colpiscono la teologia. Può la filosofia, ci
si chiede ad esempio, per sopravvivere alla sua tradizione, restringersi
all’ambito disputabile continuamente di una “debole”
epistemologia, o risolversi soltanto nella sua storia storiografica?
e la vulnerabilità di ogni principio universale non la
costringe ormai a rivedere la sua stessa intelligenza critica
che appare come svuotata dalle oggettive limitazioni tecniche
delle mille competenze scientifiche? In che misura allora essa
può considerarsi ancora coinvolta nella formazione razionale
del senso?
Se queste e numerose altre domande riguardano il destino della
filosofia, per la prima volta la teologia si trova a fronteggiare
esperienze impreviste. Scoprendosi investita da una dimensione
ed una responsabilità planetarie, non facilmente riconducibili
alla solidificata tradizione culturale eurocentrica, essa è
costretta a misurarsi non solo con le persistenti divergenze confessionali
ma con le più radicali formulazioni dell’ateismo,
con le dimensioni storiche dell’esperienza profana, con
l’ecumene delle dottrine religiose più diverse. D’altra
parte esigenze di continua reinterpretazione del dogma le impongono
un ritorno esegetico alle fonti originarie ed ai suoi problemi
storici di fondazione.
Se pertanto affini alla situazione della filosofia possono dirsi
il necessario investirsi della teologia nelle dimensioni “negative”
della modernità e la corrispettiva interrogazione radicale
sulle origini, meno affini sembrano poi le procedure di pensiero
adottate. Vale a dire il tendenziale frantumarsi della ricerca
nello specialismo teologico, l’utilizzazione e talora l’emulazione
sempre più intensa delle scienze umane, il confronto con
prospettive ontologiche e cosmologiche che presuppone l’abbandono
degli orizzonti enciclopedistici e delle pretese sintetiche. Insomma
un’apertura incondizionata di fiducia a modelli di razionalità
proprio nel tempo in cui le stesse ragioni di verità di
questi ultimi vengono messe in discussione.
In un clima propizio al generale disconoscimento di privilegi
e di primati epistemici, in una situazione che non consente facili
giustificazioni per reciproche preclusioni di principio, ci si
può chiedere quasi programmaticamente: può configurarsi
un diverso obbligo critico della filosofia che la indirizzi non
solo, come si ritiene per lo più, in direzioni metalinguistiche
di tipo analitico e epistemologico, ma anche in una nuova dirittura
di problematico incontro con le questioni teologiche? E può
configurarsi un obbligo critico della teologia che la esponga
alla necessità di un nuovo incontro con la filosofia non
più solo quale sede classica di fondazione razionale della
verità (“preambulum fidei”) o di mero ausilio
ad un compito apologetico?
3.
È necessario tuttavia riconoscere che questa situazione
spirituale della nostra epoca non è affatto un dato ovvio
ed evidente per tutti, tanto meno lo sono le conseguenze che da
essa possono derivare per il pensiero. Resta così molto
diffuso quel modo di vedere la filosofia e la teologia quali termini
di un’antitesi irresolubile dell’esperienza e della
conoscenza. Si continua ad individuare nel loro “rapporto”
l’antica inconciliabilità tra sapere critico e sapere
dogmatico, pluralismo gnoseologico e monismo della verità,
storia della cultura civile e storia della cultura religiosa.
Non potrebbe invece diventare chiaro che questa opposizione non
è superabile se non a prezzo di una sua almeno parziale
dissoluzione? E quest’ultima questione diventi un compito
del conoscere non solo lecito ma perfino essenziale? Non si può
più escludere infatti che la stessa antitesi di fede e
sapere si mostri, come tale, insignificante rispetto alle prospettive
ermeneutiche di una integrale comprensione dell’uomo. Se
così fosse un’apertura di dialogo storicamente avvertita
non potrebbe che avvenire su basi del tutto nuove rispetto a quelle
di un passato anche recente, e dirsi orientata non più
dalla ricerca classica di mediazioni al servizio di questo o quell’interesse
di verità ma, al contrario, dall’indagine sulle più
originarie condizioni di pensiero cui entrambe, filosofia e teologia,
appartengono per ragioni storiche ma anche per ragioni antropologiche
e metafisiche.
4.
Una rivista non è che una sede di ricerca e di dibattito.
Collocandosi nella prospettiva di tali problemi non può
certo ambire a risolverli ma solo a prospettarne una consapevole
interpretazione, esserne un segno. Non di più, ma neppure
di meno. Perché il segno è anche in grado di indicare.
Le indicazioni della rivista dovrebbero poter giovare a filosofi
e teologi di tutte le convinzioni, ma anzitutto, com’è
chiaro, a trarre fuori teologia e filosofia dalle condizioni di
reciproca diffidenza ponendole invece in una ravvicinata condizione
di scambio e di confronto proficui. Ogni altro orizzonte, pur
valido a sollecitare impegni di indagine, fa parte di quei possibili
su cui non è prudente fare affidamento in anticipo.
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