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«Ripensare
la parola»
Fascicolo speciale per i dieci anni di Filosofia e Teologia
GIUSEPPE ZARONE, Ripensare la parola
(3-7). Decennale.
Editoriale
A vederli allineati nello scaffale della biblioteca,
i dieci volumi di questa rivista, ciascuno di circa seicento pagine
ed a volte più, privi di assenze o “salti”
nella osservata scadenza quadrimestrale, quasi non si crede. Non
ci si crede perché all’inizio, come capita in casi
simili, l’idea di realizzarla costituì quasi un pari
del gruppo sparuto di fondatori, un piccolo numero di studiosi
di filosofia e di teologia privi di risorse e di esperienza ma
forti di buone intenzioni e di ottima volontà, con l’appoggio
determinante di un editore coraggioso.
Da allora qualcuno ci ha dolorosamente lasciati per sempre, qualche
altro ha preferito, dopo un po’, proseguire per la sua via,
mentre i più rimasti con fiducia al loro posto si sono
ritrovati negli anni piccola parte di un nutrito drappello di
redattori, collaboratori, simpatizzanti, sparsi in tutta Italia,
che ora si assumono insieme la responsabilità dell’idea
e del suo sempre possibile novum.
Filosofia e teologia, dunque, per la prima volta
in Italia in vesti ‘laiche’ e con prospettive ‘ecumeniche’:
nata da spirito scevro di pregiudizi, come a distanza di tempo
val la pena di ricordare, e da una apertura che, almeno fino ad
oggi, non è venuta mai meno rappresentando certo una delle
ragioni della sua riuscita. Apertura non priva però di
un indirizzo ideale che, rispetto alla prima più generale
delineazione, si è venuto precisando poco a poco grazie
ad un continuo lavoro di discussione e di ripensamento, intenso
ma sempre molto sereno sia nel consenso, sia in qualche inevitabile
dissenso.
Grazie a quell’indirizzo è stato possibile evitare,
almeno entro certi limiti, l’assenza di criteri fermi…>>
che provoca nelle riviste, avvertiva Benedetto Croce quasi un
secolo fa (1902), presentando la sua laicissima ma anche personalissima
Critica, <<un’ineguaglianza è un’ anarchia
di giudizi che le fa somigliare talvolta a botteghe di caffè,
dove ciascuno si rechi a dire, o a gridare la propria opinione
o impressione>>. Non v’ha dubbio che per chi si sia
sforzato di definire il progetto, comporre la relazione tra uno
e molti ed evitare la pratica troppo sbrigativa della <<bottega
di caffè>>, abbia costituito in molti casi il compito
più arduo della periodica configurazione dei fascicoli.
La storia della cultura italiana, nel secolo
che va spegnendosi, è stata caratterizzata meno dalla presenza
di grandi ed isolate personalità in grado di meritare un
proprio seguito, che da gruppi intellettuali riuniti intorno ad
una rivista e identificati da essa. Fenomeno, questo, non solo
italiano ma che da noi ha acquistato coloriture e toni specifici,
per via di una storia – in fondo breve, se si parte da quella
della <<nuova Italia>> - di divisioni religiose, di
arroccamenti ideologici, di contrapposizioni accademiche, di facili
e frequenti incomprensioni, il tutto sovente accompagnato da un
senso di orgoglioso sdegno e, ad un tempo, di superficiale accomodamento
verso l’idealmente estraneo, lo studioso di altra provenienza.
La rivista crea un clima di solidarietà, dà vigore
ad una tendenza, segnala un esigenza della vita morale e intellettuale
e tutto sorregge con il metodo della periodicità, la costanza
di una presenza e la capacità di rappresentarla in forme
e modi corali. Riviste di letteratura, di politica ed umanità,
di filosofia, di arte e di poesia, oltre che di militanza religiosa
o etico religiosa – a differenza di quelle tecniche o di
informazione scientifica o accademiche – sono divenute nel
tempo punti di riferimento indispensabili alla vita della nostra
cultura. Testimonianze che lentamente, talora con programmatico
spirito di rottura, scavano come talpe gallerie sotterranee in
quella che un tempo si chiamava la vita spirituale di un popolo,
per indicare qualche volta uscite diverse, novità decisive
nelle vie battute dai conformismi dell’intelligenza riconosciuta.
Piccole o piccolissime talpe dunque anche quando si limitano a
segnalare l’effimero passaggio di una idea, di una prospettiva
che nasce e muore con loro.
<<Una rivista la cui attualità non
abbia pretese storiche non ha ragione di esistere>> scriveva
Walter Benjamin nella presentazione del suo desiderato ma fallito
<<Angelus Novus>>. Qualcosa di simile a questo monito
preoccupò dall’inizio fondatori e redattori di <<Filosofia
e Teologia>>.
L’attualità è però un riferimento ambiguo,
come ambiguo fenomeno del nostro tempo è l’attenzione
per il religioso, tanto diffusa quanto oscillante tra il serio
interesse e la vaga curiosità. Una parte della filosofia,
quella ad esempio che intrattiene ancora buoni rapporti con le
teologie filosofiche del passato, ma anche parte del pensiero
che si riconosce nei risultati delle scienze positive, non dispregia
di tornare ad occuparsi di questioni che riguardano Dio, la fede,
le fedi, in ogni modo ciò che si dice generalmente il religioso,
favorendo occasioni di colloquio tra sapere laico e riflessione
teologica. Dal canto loro, attingendo frequentemente ai concetti
delle filosofie e delle epistemologie contemporanee, le teologie
corrispondono all’esigenza, legittimandosi qua e là
come voce accolta ed ascoltata nel dibattito tra i saperi. C’è
chi si rallegra di tale situazione, e certamente il fenomeno giova
alla presenza di riviste come questa ed alle attenzioni che discretamente
richiama su di sé. Peccato che sulla soglia di troppe porte
dischiuse verso ‘l’Altro’ non sempre veglia
il custode della verità.
Dove infatti abitualmente si sorride sul mistero della verità,
oppure non lo si riconosce come più essenziale delle stesse
fedi che ne possono essere testimonianza, - il dialogo tra teologi
e filosofi non sboccia, o s’avvia lungo percorsi che non
conducono da nessuna parte. La porta socchiusa si chiude allora
inesorabilmente.
In un mondo di pensieri senza verità, nel quale ciascuno
si è abituato a contare sull’autonomia del proprio
intelletto, l’attualità dell’interesse per
il religioso confina facilmente con l’inattualità,
peraltro tradizionale in questo ambito di cose. Si ripete la storia
di sempre, il conflitto tra scepsi e dogmatica, fede e sapere
critico, profezia disarmata e conoscenza interessata. Se è
così, la “pretesa storica>> di una rivista
che assume a proprio fine il colloquio tra filosofi e teologi
– o della filosofia con la teologia – non ha alternative.
Deve accettare le barriere vecchie e nuove che separano le dottrine
dei filosofi dalle dogmatiche confessionali, o limitarsi alla
sterile fatica di ridurle provando a conciliarle.
Altrimenti sceglie la via dell’invito. Invito aperto ad
una interrogazione non metafisica né dogmatica intorno
alla verità, della quale sempre più numerosi sono
quelli che come Pilato si domandano perplessi: <<ma che
cos’è?>>. L’invito non riguarda il suo
essere<<cosa>>, ma solo un metodo adeguato a decifrarne
e interpretarne i segni sparsi un po’ dovunque e per lo
più nascosti nei pensieri e nei linguaggi del tempo. Perché
se può darsi una fede senza verità, soltanto un
segno di verità può sperare di diventare un futuro
seme di fede. E, nel frattempo, occasione di un genuino domandare
dialogico da parte del filosofo come del teologo. Non è
la verità manifesta e nascosta nel mondo e nella vita dell’uomo?
E non è la parola il luogo più originario di questo
manifestarsi? Non ha torto chi la ritiene un essenziale crocevia
in cui la tradizione greca della aletheia filosofica incontra
quella ebraica e cristiana della rivelazione del Dio che parla
al Suo popolo. Fino al verbum caro: annuncio fondamentale della
fede cristiana, verità che si rivela come mistero escatologico
della vita del mondo. Null’altro che questo il significato
dell’invito.
Il religioso si lascia riscoprire sempre in epoche
di decadenza, quasi naturale contrappeso alle angosce latenti
circa il presente ed il futuro. Anche attraverso la memoria, per
lo più nebbiosa, dell’Angelo può infatti come
un lampo baluginare una speranza ed un’ attesa di autentico
futuro per la fede, il pensiero e l’esistenza dell’uomo.
Si sa: l’annuncio angelico della parola accade nell’obbediente
<<si>> di Abramo, quanto attraverso la lotta di Giacobbe.
L’obbedienza e la lotta possono considerarsi metafore di
una storia perenne: quella della fede semplice, e della libertà
umana del giudizio che le oppone resistenza. Metafore ed ancora
segni dell’altra storia, quella della parola sottomessa
ed obliata nei linguaggi. La parola non è il linguaggio
tutto umano ma il suo prima, il suo donde misterioso ed originario.
Raccoglierne l’appello come quello di una presenza senza
voce resta perciò un lavoro difficile, paziente e lungo,
molto lungo, che solo una rivista oggi può assumersi la
responsabilità e la speranza di svolgere, sapendo di non
poterlo portare a compimento veramente mai. Tradurre e interpretare
gli eventi della parola, delle parole che stanno prima dei saperi,
e perfino prima delle distinzioni istituzionalizzate di filosofia
e teologia, ma pure in essi, questa forse l’idea essenziale
che la rivista ha sostenuto, convinta che la verità può
farsi novità solo nel mondo dei linguaggi ‘storici’
e attraverso essi.
Tutto ciò, occorre ribadire, non già
perché la parola costituisca un logos dogmaticamente assoluto,
ma perché inesauribile nella sua originarietà per
un pensare finito. E non già perché la parola sia
unicamente quella della fede, ma perché né la fede
né l’esercizio di comprensione dell’intelletto
possono miseramente prescindere dal suo mistero e dall’orizzonte
di verità in cui accade nel mondo. Gli umanismi linguistici
non errano concependo il linguaggio come proprium dell’uomo,
dimenticano però che il mondo dell’uomo ed il senso
originario dell’essere che coinvolge la parola sono sempre
presupposti rispetto ad ogni sforzo di autogiustificazione discorsiva
del linguaggio. Professare l’arcano come limite immanente
della parola e questa come pura alterità del discorso che
la dice, affermando o negando riflessivamente se stesso, questo
l’ulteriore e ‘storico’ compito di una rivista
come la nostra, che ripropone antiche ed obliate domande all’intelletto
che già da tempo sa di appartenere all’epoca della
<<morte di Dio>>.
L’arcano della parola non è l’esoterismo o
il mistico, il silenzio – ed il bianco – che l’avvolge
e ne separa le lettere, come pensarono alcuni cabalisti, o almeno
non è unicamente questo. Ma l’aperto di una ‘lingua’
che tutti i linguaggi, anche scientifici, presuppongono e parlano
nella pratica della comune razionalità comunicativa ed
epistemica. Cercando l’enigma della parola nelle parole
del linguaggio, il silenzio della verità nel rumore dei
delitti e contraddetti, dei discorsi e delle grida, l’Altro
nel medesimo intramondano, la via ermeneutica è diventata
l’unità metodica, filosofica e teologica, di un cammino
mai ‘perfetto’ verso la memoria della verità.
Da questa rivista tale via è stata scelta dall’inizio
ed ancora ne guida i piccoli passi dai quali nasce la speranza
del novum che in ogni momento può toccare la fede ed il
pensiero.
Giuseppe
Zarone
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