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Forme della meditazione

Editoriale fascicolo XXXVIII, 3 (2024)

«Queste ore di solitudine e di meditazione (méditation) sono le sole della giornata in cui io sono pienamente me stesso e sono mio, senza distrazioni, senza ostacoli, e in cui io posso dire veramente di essere ciò che la natura ha voluto». Così Rousseau nella prima delle sue Fantasticherie di un passeggiatore solitario. E ancora: «Solo per il resto della mia vita, poiché non trovo che in me la consolazione, la speranza e la pace, non devo né voglio occuparmi che di me».

Dopo essere stata a lungo coltivata in ambito religioso, seppure nata già – lo si vedrà anche in alcuni contributi qui presentati – in ambito pagano greco-romano, specialmente nella filosofia stoica, la meditazione riprende importanza in età moderna solo come vicenda soggettiva, come un ripiegarsi su di sé del tutto autoreferenziale? Dobbiamo rispondere di no, eppure si deve ammettere che Rousseau colga un aspetto costitutivo della meditazione, almeno nella sua accezione moderna e occidentale. È infatti lecito affermare che oggi a nutrire l’interesse e il desiderio per diverse forme di meditazione è proprio il fatto storico-sociale che troppo spesso lo spazio-tempo condiviso con gli altri è colonizzato da comportamenti dispersivi, prepotenti, chiassosi e stereotipati – in cui la velocità diventa solo fretta, la distanza non è che disattenzione, e la risolutezza compare semplicemente come l’atteggiamento deciso di chi si limita a seguire il proprio interesse di parte.

Le diverse forme di meditazione si propongono come una liberazione da tutto questo, come un’azione di sottrazione ai momenti scadenti della vita "di tutti i giorni", per accedere invece a un’esperienza conoscitiva, ponderata, armonica, aprente, che attinga quanto usualmente evitiamo o, meglio, quanto solitamente evita noi.

La rilevanza filosofica, teologica, esistenziale e religiosa della meditazione può essere ricondotta ad almeno tre aspetti. Il primo è che il ritirarsi in se stessi non ha come scopo quello di rendere protagonista l’io come invece accade in Rousseau, ma piuttosto di incontrare dentro l’io stesso quanto è decisivo, fondante, orientante, ed è altro dall’io. È un rapporto con altro che si compie in un’autorelazione. Non c’è autentica meditazione senza una fondamentale eteronomia, uno s-coprire in cui chi medita si consegna fino in fondo al rapporto che più le/gli è costitutivo, un rapporto in cui l’io è innanzitutto un destinatario, non un produttore privato e solipsistico.

Il secondo aspetto portante è che la meditazione non è una riflessione teorica, tematizzante un qualche oggetto, finalmente messo a fuoco dalla coscienza richiusa su se stessa. Piuttosto, le diverse forme di meditazione, peraltro assai differenti tra loro, sono un’azione, una pratica, un esercizio. E in quanto tali trasformano chi medita, la/lo trasformano in quanto investito concretamente, ossia intimamente preso, insieme passivo e attivo, entro la pratica meditativa.

Il terzo aspetto, peraltro facente uno con i primi due, è che la meditazione è azione autotelica. Non ha una finalità esterna o estrinseca, ma è azione il cui fine si compie nell’azione stessa del meditare.

Rispetto al primo aspetto resta esemplare l’impostazione di Sant’Agostino. Sebbene nella meditazione, nel soliloquio e nella confessione quest’ultimo enfatizzi anche l’aspetto negativo del ripiegarsi in se stessi, quello per cui esso è una liberazione dalla schiavitù degli affari del mondo, Agostino insiste soprattutto sul tratto positivo dell’eteronomia ed eterologia che caratterizzano il ripiegarsi in se stessa della sua anima. Ritirandosi in se stesso, la mente di Agostino incontra Dio, la manifestazione divina, la luce da cui la sua anima è illuminata. L’anima si ripiega in se stessa per ascoltare la voce di Dio, la quale si manifesta all’intelligenza attraverso la ragione che parla con lei. Se Agostino «vuole pure conoscere se stesso come è», è per conoscersi come «conosciuto (cognitus), cioè nella luce di Dio».

Questo aspetto viene ripreso in forma immanentistica e quindi integralmente cosmologico-esistenziale da Heidegger, il quale sostiene che «la filosofia è meditazione/Besinnung» e insieme «meditazione-di-sé (Selbstbesinnung)». La meditazione è «salto dentro la verità dell’essere» e la meditazione-di-sé non riguarda l’io in senso autobiografico, ma in quanto l’esposizione all’essere è l’essenza nostra.

L’importanza pratica, filosofica, religiosa, esistenziale delle diverse forme di meditazione trae linfa da un intrico in cui il silenzio e le parole, il rapporto con altro e l’autorelazione, l’azione e la contemplazione, l’inquietudine e la pace, non sono mai davvero contrapposti oppure separati.

Per quanto concerne il secondo aspetto, quello per cui la meditazione è una pratica, si conferma che essa trasforma chi medita nel suo modo di vivere. Non è un affare del mero intelletto teorico, ma un’azione che comporta conseguenze in chi ne è preso nel mezzo. La/il meditante, insieme paziente e agente, è smosso e trasformato dall’azione di cui è parte integrante.

In termini ancora generali si può insistere sul carattere aprente dell’azione meditativa: il ripiegarsi in se stessi non è un rintanarsi o un richiudersi, bensì un rendersi disponibile alla comprensione di quanto non ci si dà da sé soli. L’esercizio meditativo non insegue scopi estrinseci, altrimenti verrebbe ripetuta la logica usuale delle nostre preoccupazioni quotidiane, quelle che ci assorbono tenendoci lontano da quanto è decisivo per noi e che ci precede, orienta e sovrasta.

I contributi raccolti in questa parte monografica non esauriscono il vasto spettro di forme di meditazione, ma danno precedenza a quelle filosofiche legate alla tradizione occidentale. Si spazia dalla meditazione luterana analizzata da Sergio Rostagno, alla meditazione pratico-mistica di Raimon Panikkar discussa da Luigi Vero Tarca, sino alle figure classiche di Aristotele (Rita Salis), Seneca e Marco Aurelio (Stefano Maso), Cartesio (Igor Agostini) e la fenomenologia di Husserl (Matteo Giannasi).

Il fascicolo si conclude con la presentazione di un tipo di meditazione filosofica nata di recente ma già molto diffusa, anche se ancora poco tematizzata teoricamente. Si tratta della «Filosofia come meditazione», un progetto fondato da Ran Lahav che qui viene presentato da Ilaria Seri e Ran Lahav. Due i tratti essenziali: è un tipo di pratica filosofica volta ad approfondire, arricchire ed espandere il nostro modo di vivere, attingendo la pienezza della vita; in secondo luogo è una pratica dialogica, di gruppo, di lettura e contemplazione di importanti passaggi testuali filosofici – che sembra richiamare la ruminatio medievale dei testi religiosi.

Gian Luigi Paltrinieri