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Deus ex machina. Intelligenza naturale e intelligenza artificiale

Editoriale fascicolo XXXIX, 2 (2025)

Il presente fascicolo di Filosofia e Teologia offre alle sue lettrici e ai suoi lettori
una parte monografica dedicata al tema, ormai quotidianamente pervasivo, della
cosiddetta A.I., l’Artificial Intelligence, e al suo impatto sul nostro modo di pensare
e di pensarci, come esseri umani e come parte di un sistema complesso chiamato
natura. Prima ancora che sollevare interrogativi su cosa si debba intendere per
macchina, per artificialità e per algoritmo, con modalità distinte rispetto alla più
classica questione della tecnologia, ciò che chiamiamo Intelligenza Artificiale –
con maiuscole già problematiche – obbliga il variegato mondo delle filosofie (e
quindi delle teologie) a rivalutare la stessa definizione di essere umano, di natura e
di naturale, e infine di umano intelletto nel senso più vasto del concetto. Non è la
stessa cosa infatti parlare di «intelligenza meccanica» oppure di «macchina intelligente
», come pure resta dubbio il significato specifico dell’attività che chiamiamo
«pensare», distinta dall’esprimersi (verbalmente o gestualmente) o dal calcolare.
Urge, ad avviso di tutti i contributori di questo fascicolo, un supplemento di pensiero
critico e problematico sulla rivoluzione in corso nella storia dell’umanità, o
almeno nei suoi sviluppi scientifico-applicativi, e urge parimenti che questo ripensamento
avvenga tenendo conto della storia che ci ha portato sino a questo punto,
con esiti piuttosto imprevedibili fino a pochi decenni fa.

Ecco perché apriamo il fascicolo, nella sezione Questioni, con una ricognizione,
al contempo storica e teoretica, di Leonardo Messinese sul tema della
macchina pensante come problema non solo fisico ma anche metafisico, ripercorrendo
i contributi di pensatori autorevoli come Augusto Guzzo e Hilary
Putnam, Diego Marconi ed Emanuele Severino, Maurizio Ferraris e Federico
Faggin. Messinese propone la tesi che l’insieme della problematica dovrebbe
essere riconsiderata all’interno di un orizzonte più ampio, quello propriamente
metafisico, concernente il senso dell’essere e, a cascata, il senso dell’uomo. La
prospettiva verso la quale ritiene debba indirizzarsi la riflessione filosofica sul
rapporto uomo-macchina è quella che, a seconda del concreto determinarsi del
«senso dell’essere», venga a fondare anche uno specifico «senso dell’uomo» e
che, pertanto, si possa dare una direzione diversa alla stessa trattazione filosofica
del tema della «macchina». Il contributo di Massimiliano Lenzi esplora
un momento topico della storia filosofica dell’Occidente, indagando il concetto
di natura come artificio divino nell’opera di Tommaso d’Aquino: il suo saggio,
se letto dal punto di vista teologico o meglio teocentrico, mette a fuoco la categoria
della creazione e soprattutto la distinzione naturale/artificiale, che si
rivela nell’Aquinate una distinzione ambigua e paradossale, essendo la natura,
in quanto creatura, un artefatto e la sua verità «finzione», nel senso della figurazione
e della rappresentazione artificiale. Egli mostra così i presupposti teorici
e alcune implicazioni concettuali di questa posizione nel quadro di un’ermeneutica
dell’intelligenza teologica tommasiana, divina e umana. Il contributo di
Massimo Giuliani, invece, ripercorre in chiave etica il moderno mito del golem,
un androide artificiale composto di argilla, la cui creazione è tradizionalmente
attribuita a Yehudah Loew, un rabbino-filosofo vissuto a Praga nel XVI secolo;
esso è stato considerato come il prototipo della creatività umana in campo scientifico-
tecnologico e fu connesso da Norbert Wiener, nel corso del XX secolo, alla
rivoluzione cibernetica, come oggi lo è agli sviluppi dell’intelligenza artificiale.
Il pensiero ebraico contemporaneo – da Gershom Scholem ad André Neher, da
Byron Sherwin ad Henri Altan, come pure un racconto di Primo Levi – ha esplorato
le implicazioni etiche della storia del golem, offrendo intuizioni e riflessioni
sulla necessità di porre dei limiti agli usi dell’A.I., al fine di prevenire effetti
collaterali distruttivi, o meglio autodistruttivi, per l’umanità.

La sezione Figure del presente fascicolo, sempre muovendosi sul filone della
storie delle idee, offre un contributo di Francesco Berno dal titolo «Omnia
dupplicia sunt»: note su inganno, dubbio iperbolico ed artificialità dell’intelligenza
nel catarismo radicale. Il saggio esplora un capitolo piuttosto oscuro
nella storia del cristianesimo occidentale, legato al movimento dei catari, e si
focalizza sulla loro insistenza sull’inconsistenza della conoscenza acquisibile in
questo mondo e sul sospetto verso ogni struttura gnoseologica (quindi anche di
mediazione teologico-politica) mondana. Nella prospettiva catara, una profonda
ambiguità attraversa non solo le Scritture, sì che la stessa rivelazione divina si
scopre duplice o sdoppiata, ma anche ogni tentativo di conoscenza verace. La
nozione di «artificialità» gnoseologica intercetta di conseguenza il nucleo più
profondo delle fonti sondate. Segue un saggio di Ludovico Battista sul tema del
Deus ex machina articolato nella forma di appunti sul problema della «macchina
» nella filosofia di Pascal. Questi, infatti, incarna perfettamente lo spirito
dell’epoca, come geniale scienziato e vero e proprio ideatore di macchine; a lui si
deve, ad esempio, uno dei primissimi strumenti automatici di calcolo aritmetico,
precursore delle moderne calcolatrici, la «pascalina». Non è tuttavia nell’ottica
della storia della scienza che Battista propone questi appunti; essi piuttosto si
prefiggono di interrogare soltanto alcune fulminee espressioni contenute nella
raccolta postuma delle Pensées e dedicate al tema della «macchina», dalle quali
emerge la sua rilettura obliqua e metaforica, in chiave antropologica, teologica e
spirituale. A partire da esse, si propone di interrogare poi questioni cruciali attinenti
al problema stesso della genesi delle nuove forme della razionalità moderna,
in rapporto dialettico nei confronti del quadro teologico-metafisico cristiano.
Anche Irene Kajon si sofferma sul XVII secolo indagando la questione
dell’intelletto e dell’intelligenza a partire da alcuni testi di Baruch Spinoza. Il
suo articolo prende in esame le varie funzioni assegnate da Spinoza all’intelletto
umano, come strumento utilizzato nei due campi della filosofia e della teologia,
campi che egli distingue nettamente, cercando di trovare un nesso tra tali funzioni
e le funzioni esercitate dai sistemi computerizzati. Questa riflessione, in
un’ottica di filosofia morale, offre spunti di valutazione critica a quanti discutono
il problema riguardante il rapporto tra l’intelligenza umana e l’intelligenza
artificiale. Marco Ivaldo, inceve, riflette sul rapporto tra intelligenza artificiale,
nichilismo e realismo, a partire dal pensiero di Friedrich H. Jacobi. Il saggio
vuole realizzare un confronto arricchente tra due sviluppi di pensiero, fra loro
diversi, sulla natura e sulla funzione dell’artificialità, nonché sulle loro implicazioni.
Da una parte emergono alcune domande sull’intelligenza artificiale e sulle
possibilità